Rispondo o cerco di entrare all’interno di un dibattito che si sta svilupando tra articoli di Maurizio Blatto, Andrea Girolami e Francesco Farabegoli. Non ho il piacere di conoscere quest’ultimo ma parto proprio dal suo articolo che ci chiama in causa, anche se non è questo il motivo per cui mi accingo a scrivere queste righe, ma solo il motivo per cui mi sono accorto dell’esistenza dell’articolo stesso.
Il dibattito riguarda la crisi che attanaglia il mercato discografico e l’editoria di riviste musicali. La ripercussione non calcolata di tutto questo è anche la modificazione dello scenario generazionale in cui è venuto a mancare quel forte senso di appartenenza ad un genere o ad una scena che contraddistingueva la giovinezza della mia generazione (e forse anche quella degli altri scriventi) da quella attuale. Ci si chiede, in pratica, dove sia finita quell’energia centripeta che rendeva possibile contrapporre un ‘noi’ a ‘loro’.
‘Noi’ eravamo quelli che ascoltavamo, suonavamo o scrivevamo di musica alternativa.
‘Loro’ erano quelli che si facevano i soldi sulla base di un meccanismo consumistico e lo alimentavano in continuazione, come La Casta alimenta se stessa.
‘Noi’ eravamo quelli indie.
‘Loro’ erano quelli major.
Non vorrei banalizzare l’intervento di Farabegoli, ma se asciughiamo la prosa ricca ed intellettualoide mi sembra di capire che il punto sia proprio questo.
Purtroppo chiude l’articolo con due righe che sembrano molto equivoche e che lasciano servita su un piatto d’argento una battuta che non posso risparmiarmi.
Cito per intero:
*noi, nostro, quelli come noi e via discorrendo. Parlo di noi intendendo gente che usa la musica al posto della mano destra.
Purtroppo la mano destra, nel più del 90% dei casi, serve per farsi le seghe. In questo caso mentali.
Farabegoli ammette che 30 secondi di Rotta x casa di Dio possono addirittura esaltare un ascoltatore. E’ questo il punto di partenza per quel che mi riguarda. E non sto parlando di musica in quanto artista, ma di musica in quanto ascoltatore.
Perché dovremmo impedire agli altri o a ‘noi’ di godere per 30 secondi?
Ho sempre amato, quelle poche volte che sono stato invitato a dibattiti pubblici, paragonare la musica e la religione.
Entrambe:
1) Fanno vestire in modo diverso (i preti, i metallari, le suore, gli emo, i testimoni di Geova…)
2) Ci mettono di fronte al nostro egoismo (si pensi alla preghiera a San Gennaro di Troisi, o a come quasi ci dispiaccia se il nostro gruppo preferito diventa un fenomeno di massa)
3) Strettamente collegato al punto 2), ci spingono ad evangelizzare il prossimo (ed è sempre egoismo, perché è un modo come un altro per rendere il mondo più simile a noi)
4) Entrambe possono degenerare nel fanatismo (non si chiamano forse ‘fan’ i fanatici della musica?)
Veniamo al dunque.
Nick Cave pubblica le Murder Ballads con Kylie Minogue. E’ un figo (lo so, non è un termine tecnico da critico musicale, come del resto nemmeno ‘merda’ lo dovrebbe essere o ‘cagare’, ma, chissà perchè, questi sono entrati prepotentemente nel linguaggio della critica italiana da qualche anno a questa parte…)
I Ciccone Youth rifanno i pezzi di Madonna. Una figata.
Johnny Cash rifà Hurt dei Nine Inch Nails. Meravigliosa (sfido qualsiasi critico musicale ad ascoltarsi l’INTERA discografia di Johnny Cash e non solo Folksom o S. Quentin).
Syria rifà un pezzo dei Marta su Tubi. Come si permette?
A prescindere dalla riuscita o meno degli incontri artistici o delle cover, c’è qualcosa di preconcetto nell’approciarsi all’ascolto. Collaboro con Syria per alcuni suoi live e non scrivo per difenderla. Lo sottolineo solo perchè non vorrei che qualcuno mi potesse obiettare stupidamente questa cosa. La cito come esempio solo perchè viene citata nell’articolo, facciamone un altro e va bene lo stesso:
Tiziano Ferro collabora con i Linea 77.
Irene Grandi (prima di Bruci la Città) interpreta una canzone di Paolo Benvegnù.
Mi rendo conto che la vita di un critico musicale è minacciata dalla selezione che ognuno di noi fa sull’i-pod (che non ho) e che il livore con cui si cerca disperatamente di non perdere la trincea è assolutamente in buona fede. Però, se di analisi critiche si vive, bisogna anche subirle. E, a mio modesto parere, questa è la strada. La crisi discografica attuale è come una rivoluzione scismatica in seno alla chiesa. Basta intermediazioni per parlare con Dio. L’ascoltatore vuole solo pastori che non dicano sempre e solo cos’è male. Ma che indirizzino verso il bene con le stesse paure di precipitare all’inferno di un essere umano normale perché sono tentati dagli stessi peccati, perché non hanno fatto il voto di castità, perché godono ascoltando Pezzali, fosse anche solo per trenta secondi.
Ho scoperto che così si vive meglio.
Senza un ‘noi’, senza un ‘loro’. Se ‘loro’ godono e io no, vorrei godere anch’io.
Finirò all’inferno?
Aggiungo, per completare la mia confessione all’Inquisizione, che ho sviluppato anche nel tempo il seguente pensiero impuro. Sono diventato come Bondi, un ex comunista che se la prende coi comunisti, come Allen Carr, un ex fumatore che tratta i fumatori come dei perfetti idioti. Una volta ero pieno di orgoglio indie. E pensavo che se Max Pezzali fosse entrato in un centro sociale, sarebbe uscito orizzontale. Oggi credo che fortunatamente, sia il contrario. Credo che se uno degli ennesimi gruppetti indie entrasse all’Ariston uscirebbe orizzontale mentre Pezzali uscirebbe acclamato dal Centro Sociale di turno perchè avrebbe saputo porsi con l’umiltà e la voglia di comunicazione che lo contraddistingue. E, soprattutto, raccontando le SUE storie, belle o brutte che siano. E non quelle in un inglese maccheronico che tradotte suonerebbero più o meno come ‘Baby, riempimi di te, il tuo respiro è la mia vita‘. Ma questa è la mia deriva fanatica di cui potrei parlarvi in seguito.
Saluti
Rivoli (TO), 20 settembre 2009