Perturbazione

quartier generale

Rossano Lo Mele

La fatica e lo spreco, infine.

Dunque, ci siamo. Del nostro tempo rubato è uscito da relativamente poco. Sono passati mesi e mesi dal primo annuncio di lavorazione. Poi alcuni concerti per spiegare, poi il lavoro in studio, poi le registrazioni, infine mastering, grafica e impacchettamento. Tutti operosi al lavoro. Ma tutto, per noi, anche finito da un pezzo, è da mesi che l’album è lì, tra stampatori e sospiri. Ce ne siamo quasi dimenticati, il che non è vero, ma ci si è messo in mezzo quel distacco che non ti fa vedere quanti tranci di esistenza c’hai infilato dentro. E il valore del tutto.
Pochi giorni dall’uscita, e so bene che l’uscita di un disco oggi significa poco meno di pressoché qualunque momento dell’attualità. Ma per noi è quello che è, un momento pazzo e pazzesco assieme. Le nostre vite, la spremuta di note e sentimenti che ne è venuta fuori. Avrei voluto dire un mucchio di cose in queste settimane: tipo che ci sono un sacco di aspetti in comune tra questo disco e quello dei Crookers!? Non lo direste mai, ma è vero. Intanto sono entrambi fighissimi, eh eh. Durano entrambi oltre 70 minuti, includono ospiti, c’è la rima festa/testa in una canzone, sono entrambi schifosamente ambiziosi. Poi ci sono anche un sacco di differenze, per carità.
Ma cosa c’è davvero dentro questo disco? Credo una forma di gioia e dolore particolare, quella roba che fermi per pochi istanti in ogni giorno della vita, tendenzialmente all’alba, o prima di dormire, o dopo un bicchiere, o nel sorriso inatteso di chi ti è caro. Una cosa preziosissima, la prima che scompare nella foga del qui e ora. L’unica cosa da salvare dell’arte in sé. Sono passati mesi da quando abbiamo finito il disco, ma questo ce lo dobbiamo sempre ricordare. E ora come ora mi sento di dire che si tratta del cuore di questo disco.
Anni fa stavamo per cominciare un concerto in provincia di Lecce, in un locale strapieno. Facendomi largo sono riuscito a conquistare la toilette. Là incontro il classico ben intenzionato che però ti trattiene mezz’ora prima di cominciare a suonare. Mi fa: perché cantate che agosto è il mese più freddo dell’anno? Non è vero, fa caldo! Eh, gli dico io, è una metafora. Sai, il freddo interiore (brrrr). E lui: sì, ma fa caldo! Annuisco due volte e vado a suonare. Sono passati molti anni e anche un principio di dissoluzione del gruppo. Ieri sera mentre leggevo l’ultimo saggio romanzato di Michael Chabon mio figlio maggiore, anni sei e un pezzo, mi fa: papà, ma perché fate “le canzoni a bugia”? E io gli dico: in che senso, scusa? E lui: agosto non è il mese più freddo dell’anno, è il più caldo. Ahhhh, gli rispondo, è per quello, ho capito… Silenzio.
È da ieri che ci penso: forse le “canzoni a bugia” non è un modo elegantissimo per dirlo, ma funziona. La musica è vera, in genere, ma quando abita troppo tra le pieghe della normalità e delle stupidaggini quotidiane da dire e pensare perde tutto, non ha colpe, ma diventa “a bugia”. Mi sono ricavato un momento per scrivere queste righe, da solo. Trattengo il respiro nell’attesa, come molti altri milioni di anime a fine corsa: siamo qui, distanti, vicini, noi e le nostre vite complicate (spesso da noi stessi). E la nostra musica, vera, infine. James Yuill è un mostro di bravura. Ha canzoni garbate, fantastiche. L’ho visto suonare da solo, in un pub di Milano con un laptop e una chitarra, un casino infermale attorno di medie e bionde. Stasera prendo in mano, e tra le orecchie, il suo disco nuovo, Movement in a Storm. Anche a lui sembrerà distante. E dentro ci trovo la verità, quella “mia” verità, almeno, che troppo spesso dimentico. Dimentichiamo. Sentite come tappezzeria le sue canzoni scivolano, ma se gli si dà fiato è tutta un’altra storia. La musica è lì, bisogna solo sintonizzarcisi e capire cosa ci sta raccontando. Dargli fiducia. Fermarsi per. Antony & The Johnsons, Bach, i Death Cab For Cutie, John Martyn, gli Stars, Vivaldi, Miles Davis, Jonsi, la lista sarebbe infinita, metteteci chi volete voi. Sono tutti lì per ricordarci questo. Il nostro grande patrimonio silenzioso, in grado di farci riabbracciare la nostra fibra più nascosta.
Ecco, personalmente, se potessi, vorrei che là tutti lì fuori ascoltaste così Del nostro tempo rubato. Mi piacerebbe vedervi ansiosi di acquistarlo e scartarlo. Vi assicuriamo che lo sforzo economico (ma il prezzo alla vendita è basso, come sempre, tranquilli) vale la pena del portafogli (più sgonfio). La grafica e il packaging sono qualcosa di originale, almeno: figli di un’intuizione di Tomi (mesi fa aveva già la grafica e noi neanche tra canzoni…) e dalla nostra fiducia (infatti poi Tomi ha pure scelto il titolo, si è rifatto di quanto subito per Pianissimo fortissimo). Vorrei che vi prendeste il tempo, tanto tempo, che lo “rubaste” alla normalità e alla medietà dei giorni, delle opinioni, degli ascolti. Ce ne vuole molto, per questo disco. È lunghissimo, ma questo ormai lo sapete. Dentro ci abbiamo messo di tutto, ma ho la presunzione di pensare che – lungi dall’essere un disco “arlecchinesco”, ci siamo noi dietro ogni singola traccia, il nostro “modo” e mondo. Vorrei che gli dedicaste la stessa passione che noi, a 17/18 anni destinavamo a Warehouse… degli Husker Du. O English Settlement degli XTC, o il White Album, o Daydream Nation dei Sonic Youth o, ancora, Double Nickels on the Dime dei minutemen. Opere mondo. Opere che racchiudono e provano a raccontare un mondo. A modo nostro anche noi ci proviamo, qui.
È un disco impegnativo. E che ha bisogno di voi, per essere completato, proprio nel senso letterale del termine, non è un modo di dire: in negozio non trovate solo un dischetto, capirete vedendolo, ma dietro c’è tutta una storia. E c’è anche la nostra, di storia, lì dentro. Questa volta ancora di più. Tanti anni assieme, l’abitudine, la meraviglia, il privilegio della musica suonata per comunicare con gli altri – una cosa che paralizza al solo pensarci – lo scazzo, il riscoprirsi, la gioia di suonare in sala, le pause sigaretta, il sentirsi migliori ed esclusi, peggiori e condannati, fuori tempo, fuori di sé, ma anche dentro a quel mondo che circola attorno a noi, come Cesare Cremonini in autoradio, sapendo che ormai siamo troppo adulti per starne fuori. Il massimo che la musica può fare è riconciliarci con quella parte sommessa e sommersa di noi che ognuno nasconde durante il giorno. Quante persone ci conoscono davvero? A quante affideremmo i nostri segreti? Forse a nessuna, se non al deliquio proprio della musica che passa, ora, e sola ci capisce, come certe pagine di libro scritte come fossero per noi. Loro ci conoscono. E ci svelano.
Aldilà di tute le stupidaggini (e sono tante) che ogni giorno (noi per primi) siamo costretti a dire e fare (strategia, promozione, marketing, virale, intervista, scaltrezza, scemenza, preventivi, stampa, colori, singoli, social network, newsletter, abiti, fotografie et cetera et cetera et cetera) vi dico e mi dico: cercate di prendere qualche ora di tempo, se potete. Fate uno scatto dal negozio o rivenditore che più vi ispira. Provate a dedicarla al vostro tempo rubato. E al nostro tempo rubato. A differenza di una volta, ho il massimo rispetto per tutti i nostri colleghi. Nonostante questo paese fondamentalmente deludente in cui viviamo o siamo costretti a vivere, tutti fanno del loro meglio per onorare al massimo la lingua e la musica. L’Italia di oggi, Schifani, Bocchino, i funzionari di stato, i presunti imprenditori e tutta sta gente qui in fondo si merita Antonio Pascale, Virginiana, Tre Allegri Ragazzi Morti, Giuseppe Genna, Davide Longo, Le Luci… e così via? Secondo me no. Gente che fa arte che un domani resterà, figlia di un tempo (e di un paese) che non li ha amati davvero.
Vi faccio un esempio. La fatica e lo spreco, uno dei temi di questo nostro nuovo disco. Leggete qui sotto.
Perturbazione, “Del nostro tempo rubato”
Sono ben 24 le canzoni che compongono il nuovo lavoro dei Perturbazione. Troppe, alla fine. Perché il disco scorre via anche piacevole, ma non ha grandi sussulti. E mi spiace, perché la partenza di “Istruzioni per l’uso” è davvero notevole, ma poi quell’equilibrio e quelle melodie che si aprono (sullo stile de “Il mio scrigno”) non trovano più posto. Un po’ involuto.
Autore di questa cosa è Mario Luzzatto Fegiz. Ne ha scritto tempo fa sul forum del “Corriere”. Tralasciando la mia personale disistima per il giornalista in questione (le fonti sono la base del giornalismo, qui c’è un titolo sbagliato, eppure documentarsi non costa molta “fatica”; del resto l’uomo in radio, quando ci ospitò anni fa, disse che il nuovo disco si chiamava Fortissimo fortissimo…). Chiarisco meglio: nessuno pensi che mi abbia infastidito la stroncatura. Figurarsi. Chi non le accetta non produca nulla, se si sente superiore ai giudizi altrui. Fegiz ci ha sempre sostenuto (ha scritto, per dire, buone cose di recente su Le città viste dal basso) su carta stampata e radio. Non è quello il punto. Un altro, piuttosto: questa “cosa” di cui sopra consta di ben 62 parole. E 369 caratteri. Ripeto: 62 parole. E 369 caratteri. Bastevoli per liquidare, condannare, archiviare, analizzare un disco. Si ha una minima idea della quantità di lavoro che c’è dietro? Di tutta la fatica e la simultaneità di vite all’opera? Quanto tempo e analisi reale ha portato via questo post “dietetico”? Questo, è il problema. Fare arte per questo mondo qui. E a voler essere maligni aggiungo: sarà un caso che l’unica canzone buona del lotto è la prima del nostro disco? Fegiz, sei sicuro di aver ascoltato con attenzione tutto il resto? Sicuro sicuro, per emettere un giudizio così sbrigativo? O hai skippato come fanno (quasi) tutti i colleghi? L’attenzione si è fermata dopo il primo colpo? Sistemato anche questo, via, avanti il prossimo, ci rivediamo fra tre anni per altre 60 parole. E 360 caratteri.
In tutto questo, ripeto, a maggior ragione: provate a dedicarci un po’ del vostro tempo. Ve lo chiedo come atto di fiducia. Come apertura di credito. Nel chiederlo mi sembra di essere Jose Mourinho prima delle finali di Champions, Coppa Italia e campionato. Però un po’ è così: anzi tutto abbiamo bisogno di contarci. E di chiedere alla nostra gente – perdonate l’espressione forte e vendittiana – di supportarci. Oggi comprare un disco, pagare un biglietto per un concerto, è un atto politico. Abbiamo bisogno della vostra forza, sperando che sia ripagata dalle nostre canzoni, in cui ritrovarvi da soli quando il pianeta si inclina è sembra ostile o assieme agli altri, magari sotto un nostro palco, a cantare a squarciagola.
Ci abbiamo messo un mucchio, uhm, di tempo. Di musica. Canzoni. Parole. Soldi. Energie. Rubatelo, il tempo, a quanto avete di superfluo o prezioso: Del nostro tempo rubato non è un disco come gli altri, garantito. Nostri o di altri. Passati o recenti. Ho il massimo rispetto, come detto, per gli altri. Ma è un disco, un’opera mondo, che solo noi potevamo pensare così, oggi. In Italia. Con tutte le sue imperfezioni e i suoi meriti (molti, speriamo). So di deludere Fegiz, scrivendo questo, ed evito le facili ironie. Ma veramente credo nella straordinarietà di questo disco. Lo difenderemo sempre: ma mica solo per quello che ci è costato. Mica solo per il packaging, la durata e cose così. No, proprio per quello che racconta, con le parole e la musica. Ognuno, credo, potrà ritrovarci una fetta di sé.
Qui ci salutiamo, per poi incontrarci sulla strada. Ora tocca a voi. Noi rientriamo in sala prove per i prossimi concerti, dove speriamo di vederci numerosi.
Lasciate perdere tutto quello (nel bene, nel male, come visto) che ne diranno. Pensate al “vostro” tempo rubato. Dentro c’è un botto di roba, un rischio totale, assicurato, ci siamo noi al 100%, al nostro meglio, senza rete. Se si casca, ci si spezza le ossa. E si muore. Ma era un rischio da correre. C’è questo paese, alle otto del mattino e nel riassunto del crepuscolo. Ci sono le nostre vite, forse le vostre, con le paure alle tre di notte, mentre guardi i figli o chi altro ami con le sillabe e la lingua lasciata a metà. Mentre stropicci gli occhi o le lenzuola, mentre mastichi odio e covi l’amore, mentre inscatoli pezzi di persone e camere andate, mentre pensi agli amici e ai lavori che ti mancano o ti opprimono, mentre incroci gli sguardi sul bus, al supermercato o al casello. Molto di quello che (ci) accadrà in futuro dipende da questo tempo rubato.
No, davvero, questa storia è diversa. Cercatela e custoditela con amore e fiducia. Abbiatene cura. Una storia piena di. E questa non è un’affermazione a bugia.

dnterDunque, ci siamo. Del nostro tempo rubato è uscito da relativamente poco. Sono passati mesi e mesi dal primo annuncio di lavorazione. Poi alcuni concerti per spiegare, poi il lavoro in studio, poi le registrazioni, infine mastering, grafica e impacchettamento. Tutti operosi al lavoro. Ma tutto, per noi, anche finito da un pezzo, è da mesi che l’album è lì, tra stampatori e sospiri. Ce ne siamo quasi dimenticati, il che non è vero, ma ci si è messo in mezzo quel distacco che non ti fa vedere quanti tranci di esistenza c’hai infilato dentro. E il valore del tutto.

Poco più di due mesi dall’uscita, e so bene che l’uscita di un disco oggi significa poco meno di pressoché qualunque momento dell’attualità. Ma per noi è quello che è, un momento pazzo e pazzesco assieme. Le nostre vite, la spremuta di note e sentimenti che ne è venuta fuori. Avrei voluto dire un mucchio di cose nelle settimane antecedenti l’uscita: tipo che ci sono un sacco di aspetti in comune tra questo disco e quello dei Crookers!? Non lo direste mai, ma è vero. Intanto sono entrambi fighissimi, eh eh. Durano entrambi oltre 70 minuti, includono ospiti, c’è la rima festa/testa in una canzone, sono entrambi schifosamente ambiziosi. Poi ci sono anche un sacco di differenze, per carità.

Ma cosa c’è davvero dentro questo disco? Credo una forma di gioia e dolore particolare, quella roba che fermi per pochi istanti in ogni giorno della vita, tendenzialmente all’alba, o prima di dormire, o dopo un bicchiere, o nel sorriso inatteso di chi ti è caro. Una cosa preziosissima, la prima che scompare nella foga del qui e ora. L’unica cosa da salvare dell’arte in sé. Sono passati mesi da quando l’abbiamo finito, ma questo ce lo dobbiamo sempre ricordare. E ora come ora mi sento di dire che si tratta del cuore di questo disco.

Anni fa stavamo per cominciare un concerto in provincia di Lecce, in un locale strapieno. Facendomi largo sono riuscito a conquistare la toilette. Là incontro il classico ben intenzionato che però ti trattiene mezz’ora prima di cominciare a suonare. Mi fa: perché cantate che agosto è il mese più freddo dell’anno? Non è vero, fa caldo! Eh, gli dico io, è una metafora. Sai, il freddo interiore (brrrr). E lui: sì, ma fa caldo! Annuisco due volte e vado a suonare. Sono passati molti anni e anche un principio di dissoluzione del gruppo. Ieri sera mentre leggevo l’ultimo saggio romanzato di Michael Chabon mio figlio maggiore, anni sei e un pezzo, mi fa: papà, ma perché fate “le canzoni a bugia”? E io gli dico: in che senso, scusa? E lui: agosto non è il mese più freddo dell’anno, è il più caldo. Ahhhh, gli rispondo, è per quello, ho capito… Silenzio.

È da ieri che ci penso: forse le “canzoni a bugia” non è un modo elegantissimo per dirlo, ma funziona. La musica è vera, in genere, ma quando abita troppo tra le pieghe della normalità e delle stupidaggini quotidiane da dire e pensare perde tutto, non ha colpe, ma diventa “a bugia”. Mi sono ricavato un momento per scrivere queste righe, da solo. Trattengo il respiro nell’attesa, come molti altri milioni di anime a fine corsa: siamo qui, distanti, vicini, noi e le nostre vite complicate (spesso da noi stessi). E la nostra musica, vera, infine. James Yuill è un mostro di bravura. Ha canzoni garbate, fantastiche. L’ho visto suonare da solo, in un pub di Milano con un laptop e una chitarra, un casino infermale attorno di medie e bionde. Ho preso in mano, e tra le orecchie, il suo disco nuovo, Movement in a Storm. Anche a lui sarà sembrato distante. E dentro ci trovo la verità, quella “mia” verità, almeno, che troppo spesso dimentico. Dimentichiamo. Sentite come tappezzeria le sue canzoni scivolano, ma se gli si dà fiato è tutta un’altra storia. La musica è lì, bisogna solo sintonizzarcisi e capire cosa ci sta raccontando. Dargli fiducia. Fermarsi per. Antony & The Johnsons, Bach, i Death Cab For Cutie, John Martyn, gli Stars, Vivaldi, Miles Davis, Jonsi, la lista sarebbe infinita, metteteci chi volete voi. Sono tutti lì per ricordarci questo. Il nostro grande patrimonio silenzioso, in grado di farci riabbracciare la nostra fibra più nascosta.

Ecco, personalmente, se potessi, vorrei che là tutti lì fuori ascoltaste così Del nostro tempo rubato. Mi piacerebbe vedervi ansiosi di acquistarlo e scartarlo. Vi assicuriamo che lo sforzo economico (ma il prezzo alla vendita è basso, come sempre, tranquilli) vale la pena del portafogli (più sgonfio). La grafica e il packaging sono qualcosa di originale, almeno: figli di un’intuizione di Tomi (mesi fa aveva già la grafica e noi neanche tra canzoni…) e dalla nostra fiducia (infatti poi Tomi ha pure scelto il titolo, si è rifatto di quanto subito per Pianissimo fortissimo). Vorrei che vi prendeste il tempo, tanto tempo, che lo “rubaste” alla normalità e alla medietà dei giorni, delle opinioni, degli ascolti. Ce ne vuole molto, per questo disco. È lunghissimo, ma questo ormai lo sapete. Dentro ci abbiamo messo di tutto, ma ho la presunzione di pensare che – lungi dall’essere un disco “arlecchinesco”, ci siamo noi dietro ogni singola traccia, il nostro “modo” e mondo. Vorrei che gli dedicaste la stessa passione che noi, a 17/18 anni destinavamo a Warehouse… degli Husker Du. O English Settlement degli XTC, o il White Album, o Daydream Nation dei Sonic Youth o, ancora, Double Nickels on the Dime dei minutemen. Opere mondo. Opere che racchiudono e provano a raccontare un mondo. A modo nostro anche noi ci proviamo, qui.

È un disco impegnativo. E che ha bisogno di voi, per essere completato, proprio nel senso letterale del termine, non è un modo di dire: in negozio non trovate solo un dischetto, capirete vedendolo, ma dietro c’è tutta una storia. E c’è anche la nostra, di storia, lì dentro. Questa volta ancora di più. Tanti anni assieme, l’abitudine, la meraviglia, il privilegio della musica suonata per comunicare con gli altri – una cosa che paralizza al solo pensarci – lo scazzo, il riscoprirsi, la gioia di suonare in sala, le pause sigaretta, il sentirsi migliori ed esclusi, peggiori e condannati, fuori tempo, fuori di sé, ma anche dentro a quel mondo che circola attorno a noi, come Cesare Cremonini in autoradio, sapendo che ormai siamo troppo adulti per starne fuori. Il massimo che la musica può fare è riconciliarci con quella parte sommessa e sommersa di noi che ognuno nasconde durante il giorno. Quante persone ci conoscono davvero? A quante affideremmo i nostri segreti? Forse a nessuna, se non al deliquio proprio della musica che passa, ora, e sola ci capisce, come certe pagine di libro scritte come fossero per noi. Loro ci conoscono. E ci svelano.

Aldilà di tute le stupidaggini (e sono tante) che ogni giorno (noi per primi) siamo costretti a dire e fare (strategia, promozione, marketing, virale, intervista, scaltrezza, scemenza, preventivi, stampa, colori, singoli, social network, newsletter, abiti, fotografie et cetera et cetera et cetera) vi dico e mi dico: cercate di prendere qualche ora di tempo, se potete. Fate uno scatto dal negozio o rivenditore che più vi ispira. Provate a dedicarla al vostro tempo rubato. E al nostro tempo rubato. A differenza di una volta, ho il massimo rispetto per tutti i nostri colleghi. Nonostante questo paese fondamentalmente deludente in cui viviamo o siamo costretti a vivere, tutti fanno del loro meglio per onorare al massimo la lingua e la musica. L’Italia di oggi, Schifani, Bocchino, i funzionari di stato, i presunti imprenditori e tutta sta gente qui in fondo si merita Antonio Pascale, Virginiana, Tre Allegri Ragazzi Morti, Giuseppe Genna, Davide Longo, Le Luci… e così via? Secondo me no. Gente che fa arte che un domani resterà, figlia di un tempo (e di un paese) che non li ha amati davvero.

Vi faccio un esempio. La fatica e lo spreco, uno dei temi di questo nostro nuovo disco. Leggete qui sotto.

Perturbazione, “Del nostro tempo rubato”

Sono ben 24 le canzoni che compongono il nuovo lavoro dei Perturbazione. Troppe, alla fine. Perché il disco scorre via anche piacevole, ma non ha grandi sussulti. E mi spiace, perché la partenza di “Istruzioni per l’uso” è davvero notevole, ma poi quell’equilibrio e quelle melodie che si aprono (sullo stile de “Il mio scrigno”) non trovano più posto. Un po’ involuto.

Autore di questa cosa è Mario Luzzatto Fegiz. Ne ha scritto tempo fa sul forum del “Corriere”. Tralasciando la mia personale disistima per il giornalista in questione (le fonti sono la base del giornalismo, qui c’è un titolo sbagliato, eppure documentarsi non costa molta “fatica”; del resto l’uomo in radio, quando ci ospitò anni fa, disse che il nuovo disco si chiamava Fortissimo fortissimo…). Chiarisco meglio: nessuno pensi che mi abbia infastidito la stroncatura. Figurarsi. Chi non le accetta non produca nulla, se si sente superiore ai giudizi altrui. Fegiz ci ha sempre sostenuto (ha scritto, per dire, buone cose di recente su Le città viste dal basso) su carta stampata e radio. Non è quello il punto. Un altro, piuttosto: questa “cosa” di cui sopra consta di ben 62 parole. E 369 caratteri. Ripeto: 62 parole. E 369 caratteri. Bastevoli per liquidare, condannare, archiviare, analizzare un disco. Si ha una minima idea della quantità di lavoro che c’è dietro? Di tutta la fatica e la simultaneità di vite all’opera? Quanto tempo e analisi reale ha portato via questo post “dietetico”? Questo, è il problema. Fare arte per questo mondo qui. E a voler essere maligni aggiungo: sarà un caso che l’unica canzone buona del lotto è la prima del nostro disco? Fegiz, sei sicuro di aver ascoltato con attenzione tutto il resto? Sicuro sicuro, per emettere un giudizio così sbrigativo? O hai skippato come fanno (quasi) tutti i colleghi? L’attenzione si è fermata dopo il primo colpo? Sistemato anche questo, via, avanti il prossimo, ci rivediamo fra tre anni per altre 60 parole. E 360 caratteri.

In tutto questo, ripeto, a maggior ragione: provate a dedicarci un po’ del vostro tempo. Ve lo chiedo come atto di fiducia. Come apertura di credito. Nel chiederlo mi sembra di essere Jose Mourinho prima delle finali di Champions, Coppa Italia e campionato. Però un po’ è così: anzi tutto abbiamo bisogno di contarci. E di chiedere alla nostra gente – perdonate l’espressione forte e vendittiana – di supportarci. Oggi comprare un disco, pagare un biglietto per un concerto, è un atto politico. Abbiamo bisogno della vostra forza, sperando che sia ripagata dalle nostre canzoni, in cui ritrovarvi da soli quando il pianeta si inclina è sembra ostile o assieme agli altri, magari sotto un nostro palco, a cantare a squarciagola.

Ci abbiamo messo un mucchio, uhm, di tempo. Di musica. Canzoni. Parole. Soldi. Energie. Rubatelo, il tempo, a quanto avete di superfluo o prezioso: Del nostro tempo rubato non è un disco come gli altri, garantito. Nostri o di altri. Passati o recenti. Ho il massimo rispetto, come detto, per gli altri. Ma è un disco, un’opera mondo, che solo noi potevamo pensare così, oggi. In Italia. Con tutte le sue imperfezioni e i suoi meriti (molti, speriamo). So di deludere Fegiz, scrivendo questo, ed evito le facili ironie. Ma veramente credo nella straordinarietà di questo disco. Lo difenderemo sempre: ma mica solo per quello che ci è costato. Mica solo per il packaging, la durata e cose così. No, proprio per quello che racconta, con le parole e la musica. Ognuno, credo, potrà ritrovarci una fetta di sé.

Qui ci salutiamo, per poi incontrarci sulla strada. Ora tocca a voi. Noi rientriamo in sala prove per i prossimi concerti, dove speriamo di vederci numerosi.

Lasciate perdere tutto quello (nel bene, nel male, come visto) che ne diranno. Pensate al “vostro” tempo rubato. Dentro c’è un botto di roba, un rischio totale, assicurato, ci siamo noi al 100%, al nostro meglio, senza rete. Se si casca, ci si spezza le ossa. E si muore. Ma era un rischio da correre. C’è questo paese, alle otto del mattino e nel riassunto del crepuscolo. Ci sono le nostre vite, forse le vostre, con le paure alle tre di notte, mentre guardi i figli o chi altro ami con le sillabe e la lingua lasciata a metà. Mentre stropicci gli occhi o le lenzuola, mentre mastichi odio e covi l’amore, mentre inscatoli pezzi di persone e camere andate, mentre pensi agli amici e ai lavori che ti mancano o ti opprimono, mentre incroci gli sguardi sul bus, al supermercato o al casello. Molto di quello che (ci) accadrà in futuro dipende da questo tempo rubato.

No, davvero, questa storia è diversa. Cercatela e custoditela con amore e fiducia. Abbiatene cura. Una storia piena di. E questa non è un’affermazione a bugia.

Perturba playlist on the road – vol 06

segnale-divieto-clacson28 luglio 2010 – Torino – Milano solo andata

E’ accaduto. La nostra autoradio ci ha lasciati. Non abbiamo avuto il tempo per poterla riparare. Ci faremo questo viaggio con un unico pezzo, sentito a ripetizione. Confidiamo di poterla riparare per il viaggio che ci attende: Firenze- Bari – Gallipoli. Altrimenti chiunque di noi potrebbe seriamente dare cenni di squilibrio.

Quindi, volgendo in arte la disgrazia, ascolteremo ripetutamente:

01 – John Cage – ”4′33

Vi postiamo anche il video

Perturba playlist on the road – vol 05

Playlist corta, per riempire i pochi chilometri di tangenziale, tra Rivoli e via Cigna 211, Torino. Eccoci già arrivati.
1) We Have Band – Divisive: non vedevo Guidino tipo dal ’98. L’ho ribeccato al concerto dei Vampire Weekend, non ho capito perché, ma aveva addosso una t-shirt dei We Have Band, i cui singoli sono fra le canzoni che ho più ascoltato negli ultimi mesi. Penso: giovani e paraculi fin che si vuole, ma la giusta misura tra sfacciataggine pop, talento e capacità di scrivere canzoni brillanti.
2) The Black Box Revelation – Do I Know You?: i White Stripes belgi!? Ma con la metà degli anni dei due (Jack & Meg) White.
3) General Fiasco – Ever So Shy: due fratelli anche qui, un po’ emo e un po’ indie, nei momenti migliori profumano dei miei amati Idlewild.
4) Grace Jones – Love You to Life: un momento un po’ frocio e un po’ reggae di Grace a questo punto scivola come un estathè, con cannuccia, grazie.
5) The Black Keys – Tighten Up: singolo dell’estate numero due, in ordine di gradimento, per me. Migliorano disco dopo disco, i Black Keys, anche quando fischiettano.
6) The National – Bloodbuzz Ohio: singolo dell’estate numero uno, senza storie. All’inizio High Violet mi aveva lasciato un po’ così, ma trainati da questa canzone, dal suo ritmo fracassone, dalla voce e dai rabbocchi di pianoforte, i National stanno finalmente riscuotendo ciò che meritano. Ecco un vero singolo (snob) da autoradio.

thenational

Rivoli – Torino solo andata- 25 luglio 2010

Playlist corta, per riempire i pochi chilometri di tangenziale, tra Rivoli e via Cigna 211, Torino. Eccoci già arrivati.

1) We Have Band – Divisive: non vedevo Guidino tipo dal ’98. L’ho ribeccato al concerto dei Vampire Weekend, non ho capito perché, ma aveva addosso una t-shirt dei We Have Band, i cui singoli sono fra le canzoni che ho più ascoltato negli ultimi mesi. Penso: giovani e paraculi fin che si vuole, ma la giusta misura tra sfacciataggine pop, talento e capacità di scrivere canzoni brillanti.

2) The Black Box Revelation – Do I Know You?: i White Stripes belgi!? Ma con la metà degli anni dei due (Jack & Meg) White.

3) General Fiasco – Ever So Shy: due fratelli anche qui, un po’ emo e un po’ indie, nei momenti migliori profumano dei miei amati Idlewild.

4) Grace Jones – Love You to Life: un momento un po’ frocio e un po’ reggae di Grace a questo punto scivola come un estathè, con cannuccia, grazie.

5) The Black Keys – Tighten Up: singolo dell’estate numero due, in ordine di gradimento, per me. Migliorano disco dopo disco, i Black Keys, anche quando fischiettano.

6) The National – Bloodbuzz Ohio: singolo dell’estate numero uno, senza storie. All’inizio High Violet mi aveva lasciato un po’ così, ma trainati da questa canzone, dal suo ritmo fracassone, dalla voce e dai rabbocchi di pianoforte, i National stanno finalmente riscuotendo ciò che meritano. Ecco un vero singolo (snob) da autoradio.

Perturba playlist on the road – vol 04

Stavo pensando a una compilation per un viaggio di una certa distanza, da punto a punto del sud, quando il mensile inglese Uncut mi è venuto incontro. Allegato al periodico c’è infatti questo mese un cd dal titolo TransitionTransmission: 14 Tracks from the New Heroes of Art Rock. La sorte vuole che dentro ci sia molta della roba recente che gira con più frequenza sul mio iPod, quindi per quanto mi riguarda si tratta di un buon viaggio nel viaggio. L’art rock è una cosa un po’ difficile da definire, diciamo una specie di rock fighetto, intellettuale, spesso snob e insopportabile, ma molto del materiale qui dentro sta effettivamente tra le cose migliori degli ultimi mesi. Via.
1) The Juan MacLean – The Future Will Come: titolo impegnativo, minimalismo di scuola DFA, non al livello di LCD, ma insomma.
2) Phoenix – Countdown (Sick for the Big Sun): visti dal vivo pochi giorni fa. Non la loro migliore canzone, ma un gruppo pop pazzesco. Dall’esordio a oggi.
3) Charlotte Gansbourg – IRM: a proposito di francesi. Anche lei appena vista dal vivo. Che creatura. Qui accompagnata da Beck. La sua figura in abito da tennis nel video di Heaven Can Wait è l’icona della sensualità nel 2010.
4) Field Music – Measure: brano che dà il titolo al doppio disco dei fratelli inglesi Field Music. Un sacco di affinità coi Perturbazione, secondo me. E un disco in assoluto fra i più forti dell’anno.
5) Caribou – Bowls: un altro tra quelli che si contendono la palma dell’anno in corso, elettronica a sbuffi dal Canada.
6) Panda Bear – Take Pills: uno dei suoni di questi anni, caramelle al veleno per i fan degli Animal Collective.
7) The Knife feat. Mt. Sims And Planningtorock – Colouring Of Pigeons: ho un debole per questi svedesi reclusi, anche quando suonano come Kate Bush.
8) Wild Beasts – This Is Our Lot: in prospettiva il più grande gruppo new romantic dei prossimi anni.
9) Broadcast & The Focus Group – I See, So I See So: in retrospettiva un gruppo che avrebbe potuto giocarsela con gli Stereolab.
10)  Gayngs – Faded High: non ho ancora capito se qua dietro si nasconde davvero qualcosa oppure no, temo di no, ma magari sentendo e risentendo mi faccio un’idea.
11)  Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Enevelopes Another Day: non dissimile da quanto detto per Panda Bear. Ariel Pink è il nuovo Syd Barrett.
12)  Flying Lotus – Computer Face // Pure Being: mentre Flying Lotus è forse il miglior produttore tra hip-hop ed elettronica in circolazione.
13)  Steve Mason – All Come Down: una volta Steve era nella Beta Band, ora sta da solo, autore di ballate shoegazer che si sviluppano su ritmi blandi. Passato un po’ inosservato, ma per me sempre bravissimo.
14)  Oneohtrix Point Never – Physical Memory: ricordi d’estate giovanili passati sul divano ad ascoltare i Tangerine Dream.

charlotte-gainsbourg

Torino – Rovigo – andata 23 luglio 2010

Stavo pensando a una compilation per un viaggio di una certa distanza, da punto a punto del sud, quando il mensile inglese Uncut mi è venuto incontro. Allegato al periodico c’è infatti questo mese un cd dal titolo TransitionTransmission: 14 Tracks from the New Heroes of Art Rock. La sorte vuole che dentro ci sia molta della roba recente che gira con più frequenza sul mio iPod, quindi per quanto mi riguarda si tratta di un buon viaggio nel viaggio. L’art rock è una cosa un po’ difficile da definire, diciamo una specie di rock fighetto, intellettuale, spesso snob e insopportabile, ma molto del materiale qui dentro sta effettivamente tra le cose migliori degli ultimi mesi. Via.

1) The Juan MacLean – The Future Will Come: titolo impegnativo, minimalismo di scuola DFA, non al livello di LCD, ma insomma.

2) Phoenix – Countdown (Sick for the Big Sun): visti dal vivo pochi giorni fa. Non la loro migliore canzone, ma un gruppo pop pazzesco. Dall’esordio a oggi.

3) Charlotte Gainsbourg – IRM: a proposito di francesi. Anche lei appena vista dal vivo. Che creatura. Qui accompagnata da Beck. La sua figura in abito da tennis nel video di Heaven Can Wait è l’icona della sensualità nel 2010.

4) Field Music – Measure: brano che dà il titolo al doppio disco dei fratelli inglesi Field Music. Un sacco di affinità coi Perturbazione, secondo me. E un disco in assoluto fra i più forti dell’anno.

5) Caribou – Bowls: un altro tra quelli che si contendono la palma dell’anno in corso, elettronica a sbuffi dal Canada.

6) Panda Bear – Take Pills: uno dei suoni di questi anni, caramelle al veleno per i fan degli Animal Collective.

7) The Knife feat. Mt. Sims And Planningtorock – Colouring Of Pigeons: ho un debole per questi svedesi reclusi, anche quando suonano come Kate Bush.

8 ) Wild Beasts – This Is Our Lot: in prospettiva il più grande gruppo new romantic dei prossimi anni.

9) Broadcast & The Focus Group – I See, So I See So: in retrospettiva un gruppo che avrebbe potuto giocarsela con gli Stereolab.

10)  Gayngs – Faded High: non ho ancora capito se qua dietro si nasconde davvero qualcosa oppure no, temo di no, ma magari sentendo e risentendo mi faccio un’idea.

11)  Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Enevelopes Another Day: non dissimile da quanto detto per Panda Bear. Ariel Pink è il nuovo Syd Barrett.

12)  Flying Lotus – Computer Face // Pure Being: mentre Flying Lotus è forse il miglior produttore tra hip-hop ed elettronica in circolazione.

13)  Steve Mason – All Come Down: una volta Steve era nella Beta Band, ora sta da solo, autore di ballate shoegazer che si sviluppano su ritmi blandi. Passato un po’ inosservato, ma per me sempre bravissimo.

14)  Oneohtrix Point Never – Physical Memory: ricordi d’estate giovanili passati sul divano ad ascoltare i Tangerine Dream.

Safari (dentro le mie orecchie)

Qualche mese fa ricevo un sms dalla mia amica Lea. Mi dice che è in banca e che stanno passando una nostra canzone. ?, rispondo. Nel senso: non avevamo singoli nuovi in giro o robe così. Mi richiama, in coda in banca: e davanti allo sportello mi fa: massì, quella del sole a mezzogiorno, beibeeeee, e canta. In coda. Immagino la situazione, sarei morto dalla vergogna al posto suo. Allora le faccio: ah, no, ti sei sbagliata. E lei: ma come, non è Tommaso quello che canta? Ha la voce uguale. Anche le chitarre mi ricordano i Perturba. No, faccio io, è Jovanotti.
Ormai conosco questa canzone a memoria. Mio figlio maggiore pure, soprattutto lui: quando passa il verso che dice “e ogni cicatrice è un autografo di Dio” mi chiede il senso. Gli dico: vediamo, aspetta, provo a spiegarti, uhm… Alex Ross ha appena pubblicato un bellissimo saggio (Il resto è rumore, Bompiani) sulla musica e sul silenzio nel XX secolo. Forse non poteva prevedere che qualsiasi dotto studio sulla nostra assunzione di musica va a collidere con ciò che poi in realtà accade davvero al nostro udito tutti i giorni. Io, tipo, da due anni ascolto ininterrottamente Safari di Lorenzo. Lo esige mi figlio, fiancheggiato da mia figlia. Non posso farci niente (a proposito dei no che aiutano a crescere). Nel loro piccolo impianto stereo gira solo Safari (dentro la mia testa, ci sono più bestie che nella forestaaa). Col tempo ho imparato a conviverci. A te mi è sempre sembrata una canzone troppo facile per essere vera, mi piace giusto il passaggio di lei nell’angolo e di lui che può stringere per schiacciarla (bello davvero, però: quante volte nella vita uno calpesta così consciamente o rischia di essere schiacciato). Quando sento una canzone così (come quelle sui figli, mioddio, altrove) penso che non vale. Però ho imparato a conviverci, dicevo, con Safari. E, vi dirò, non avendo pregiudizi nei confronti di Lorenzo: è un signor disco. In questa fase di nostra scrittura (lo so, molti inorridiranno) penso che non mi dispiacerebbe avere una percentuale di quella sua capacità di far quadrare certe immagini (la storia della foto che si evolve e dei difetti che rimangono intatti, altro grande tormentone di mio figlio per esempio, è una linea di testo fantastica). Insomma, con Safari Lorenzo è tornato due anni fa e ha ottenuto, di nuovo, grande successo. Meritato, credo. Anche se mi ha fatto, inavvertitamente, due orecchie così. Però il disco c’è, la forza dei testi anche, la musica non è male (sempre per i miei gusti da nerd carente di diottrie, beninteso). Mi spingo oltre: direi che c’è un’ansia di assoluto lì dentro che mi ricorda quando sei all’estero. In aeroporto. Tu e il gate, il cielo lì fuori. Niente giornali italiani, niente Schifani e 10 domande, Feltri e Bertolaso, cassa integrazione e riforme. Giusto tu e la tua vita. Ecco, Safari è un disco pieno di canzoni assolute, sulla vita, senza superfluo. Magari non è tutto in ordine, ma almeno ci prova. E per un artista (e un album) di quelle dimensioni è una specie di miracolo, in Italia.schifanotti

schifanottiQualche mese fa ricevo un sms dalla mia amica Lea. Mi dice che è in banca e che stanno passando una nostra canzone. ?, rispondo. Nel senso: non avevamo singoli nuovi in giro o robe così. Mi richiama, in coda in banca: e davanti allo sportello mi fa: massì, quella del sole a mezzogiorno, beibeeeee, e canta.

In coda.

Immagino la situazione, sarei morto dalla vergogna al posto suo. Allora le faccio: ah, no, ti sei sbagliata. E lei: ma come, non è Tommaso quello che canta? Ha la voce uguale. Anche le chitarre mi ricordano i Perturba.

No, faccio io, è Jovanotti.

Ormai conosco questa canzone a memoria. Mio figlio maggiore pure, soprattutto lui: quando passa il verso che dice “e ogni cicatrice è un autografo di Dio” mi chiede il senso. Gli dico: vediamo, aspetta, provo a spiegarti, uhm…

Alex Ross ha appena pubblicato un bellissimo saggio (Il resto è rumore, Bompiani) sulla musica e sul silenzio nel XX secolo. Forse non poteva prevedere che qualsiasi dotto studio sulla nostra assunzione di musica va a collidere con ciò che poi in realtà accade davvero al nostro udito tutti i giorni. Io, tipo, da due anni ascolto ininterrottamente Safari di Lorenzo. Lo esige mi figlio, fiancheggiato da mia figlia. Non posso farci niente (a proposito dei no che aiutano a crescere). Nel loro piccolo impianto stereo gira solo Safari (dentro la mia testa, ci sono più bestie che nella forestaaa). Col tempo ho imparato a conviverci.

A te mi è sempre sembrata una canzone troppo facile per essere vera, mi piace giusto il passaggio di lei nell’angolo e di lui che può stringere per schiacciarla (bello davvero, però: quante volte nella vita uno calpesta così consciamente o rischia di essere schiacciato). Quando sento una canzone così (come quelle sui figli, mioddio, altrove) penso che non vale. Però ho imparato a conviverci, dicevo, con Safari. E, vi dirò, non avendo pregiudizi nei confronti di Lorenzo: è un signor disco. In questa fase di nostra scrittura (lo so, molti inorridiranno) penso che non mi dispiacerebbe avere una percentuale di quella sua capacità di far quadrare certe immagini (la storia della foto che si evolve e dei difetti che rimangono intatti, altro grande tormentone di mio figlio per esempio, è una linea di testo fantastica). Insomma, con Safari Lorenzo è tornato due anni fa e ha ottenuto, di nuovo, grande successo. Meritato, credo. Anche se mi ha fatto, inavvertitamente, due orecchie così. Però il disco c’è, la forza dei testi anche, la musica non è male (sempre per i miei gusti da nerd carente di diottrie, beninteso). Mi spingo oltre: direi che c’è un’ansia di assoluto lì dentro che mi ricorda quando sei all’estero. In aeroporto. Tu e il gate, il cielo lì fuori. Niente giornali italiani, niente Schifani e 10 domande, Feltri e Bertolaso, cassa integrazione e riforme. Giusto tu e la tua vita. Ecco, Safari è un disco pieno di canzoni assolute, sulla vita, senza superfluo. Magari non è tutto in ordine, ma almeno ci prova. E per un artista (e un album) di quelle dimensioni è una specie di miracolo, in Italia.

Rivoli (TO), 28 novembre 2009