Dunque, ci siamo. Del nostro tempo rubato è uscito da relativamente poco. Sono passati mesi e mesi dal primo annuncio di lavorazione. Poi alcuni concerti per spiegare, poi il lavoro in studio, poi le registrazioni, infine mastering, grafica e impacchettamento. Tutti operosi al lavoro. Ma tutto, per noi, anche finito da un pezzo, è da mesi che l’album è lì, tra stampatori e sospiri. Ce ne siamo quasi dimenticati, il che non è vero, ma ci si è messo in mezzo quel distacco che non ti fa vedere quanti tranci di esistenza c’hai infilato dentro. E il valore del tutto.
Poco più di due mesi dall’uscita, e so bene che l’uscita di un disco oggi significa poco meno di pressoché qualunque momento dell’attualità. Ma per noi è quello che è, un momento pazzo e pazzesco assieme. Le nostre vite, la spremuta di note e sentimenti che ne è venuta fuori. Avrei voluto dire un mucchio di cose nelle settimane antecedenti l’uscita: tipo che ci sono un sacco di aspetti in comune tra questo disco e quello dei Crookers!? Non lo direste mai, ma è vero. Intanto sono entrambi fighissimi, eh eh. Durano entrambi oltre 70 minuti, includono ospiti, c’è la rima festa/testa in una canzone, sono entrambi schifosamente ambiziosi. Poi ci sono anche un sacco di differenze, per carità.
Ma cosa c’è davvero dentro questo disco? Credo una forma di gioia e dolore particolare, quella roba che fermi per pochi istanti in ogni giorno della vita, tendenzialmente all’alba, o prima di dormire, o dopo un bicchiere, o nel sorriso inatteso di chi ti è caro. Una cosa preziosissima, la prima che scompare nella foga del qui e ora. L’unica cosa da salvare dell’arte in sé. Sono passati mesi da quando l’abbiamo finito, ma questo ce lo dobbiamo sempre ricordare. E ora come ora mi sento di dire che si tratta del cuore di questo disco.
Anni fa stavamo per cominciare un concerto in provincia di Lecce, in un locale strapieno. Facendomi largo sono riuscito a conquistare la toilette. Là incontro il classico ben intenzionato che però ti trattiene mezz’ora prima di cominciare a suonare. Mi fa: perché cantate che agosto è il mese più freddo dell’anno? Non è vero, fa caldo! Eh, gli dico io, è una metafora. Sai, il freddo interiore (brrrr). E lui: sì, ma fa caldo! Annuisco due volte e vado a suonare. Sono passati molti anni e anche un principio di dissoluzione del gruppo. Ieri sera mentre leggevo l’ultimo saggio romanzato di Michael Chabon mio figlio maggiore, anni sei e un pezzo, mi fa: papà, ma perché fate “le canzoni a bugia”? E io gli dico: in che senso, scusa? E lui: agosto non è il mese più freddo dell’anno, è il più caldo. Ahhhh, gli rispondo, è per quello, ho capito… Silenzio.
È da ieri che ci penso: forse le “canzoni a bugia” non è un modo elegantissimo per dirlo, ma funziona. La musica è vera, in genere, ma quando abita troppo tra le pieghe della normalità e delle stupidaggini quotidiane da dire e pensare perde tutto, non ha colpe, ma diventa “a bugia”. Mi sono ricavato un momento per scrivere queste righe, da solo. Trattengo il respiro nell’attesa, come molti altri milioni di anime a fine corsa: siamo qui, distanti, vicini, noi e le nostre vite complicate (spesso da noi stessi). E la nostra musica, vera, infine. James Yuill è un mostro di bravura. Ha canzoni garbate, fantastiche. L’ho visto suonare da solo, in un pub di Milano con un laptop e una chitarra, un casino infermale attorno di medie e bionde. Ho preso in mano, e tra le orecchie, il suo disco nuovo, Movement in a Storm. Anche a lui sarà sembrato distante. E dentro ci trovo la verità, quella “mia” verità, almeno, che troppo spesso dimentico. Dimentichiamo. Sentite come tappezzeria le sue canzoni scivolano, ma se gli si dà fiato è tutta un’altra storia. La musica è lì, bisogna solo sintonizzarcisi e capire cosa ci sta raccontando. Dargli fiducia. Fermarsi per. Antony & The Johnsons, Bach, i Death Cab For Cutie, John Martyn, gli Stars, Vivaldi, Miles Davis, Jonsi, la lista sarebbe infinita, metteteci chi volete voi. Sono tutti lì per ricordarci questo. Il nostro grande patrimonio silenzioso, in grado di farci riabbracciare la nostra fibra più nascosta.
Ecco, personalmente, se potessi, vorrei che là tutti lì fuori ascoltaste così Del nostro tempo rubato. Mi piacerebbe vedervi ansiosi di acquistarlo e scartarlo. Vi assicuriamo che lo sforzo economico (ma il prezzo alla vendita è basso, come sempre, tranquilli) vale la pena del portafogli (più sgonfio). La grafica e il packaging sono qualcosa di originale, almeno: figli di un’intuizione di Tomi (mesi fa aveva già la grafica e noi neanche tra canzoni…) e dalla nostra fiducia (infatti poi Tomi ha pure scelto il titolo, si è rifatto di quanto subito per Pianissimo fortissimo). Vorrei che vi prendeste il tempo, tanto tempo, che lo “rubaste” alla normalità e alla medietà dei giorni, delle opinioni, degli ascolti. Ce ne vuole molto, per questo disco. È lunghissimo, ma questo ormai lo sapete. Dentro ci abbiamo messo di tutto, ma ho la presunzione di pensare che – lungi dall’essere un disco “arlecchinesco”, ci siamo noi dietro ogni singola traccia, il nostro “modo” e mondo. Vorrei che gli dedicaste la stessa passione che noi, a 17/18 anni destinavamo a Warehouse… degli Husker Du. O English Settlement degli XTC, o il White Album, o Daydream Nation dei Sonic Youth o, ancora, Double Nickels on the Dime dei minutemen. Opere mondo. Opere che racchiudono e provano a raccontare un mondo. A modo nostro anche noi ci proviamo, qui.
È un disco impegnativo. E che ha bisogno di voi, per essere completato, proprio nel senso letterale del termine, non è un modo di dire: in negozio non trovate solo un dischetto, capirete vedendolo, ma dietro c’è tutta una storia. E c’è anche la nostra, di storia, lì dentro. Questa volta ancora di più. Tanti anni assieme, l’abitudine, la meraviglia, il privilegio della musica suonata per comunicare con gli altri – una cosa che paralizza al solo pensarci – lo scazzo, il riscoprirsi, la gioia di suonare in sala, le pause sigaretta, il sentirsi migliori ed esclusi, peggiori e condannati, fuori tempo, fuori di sé, ma anche dentro a quel mondo che circola attorno a noi, come Cesare Cremonini in autoradio, sapendo che ormai siamo troppo adulti per starne fuori. Il massimo che la musica può fare è riconciliarci con quella parte sommessa e sommersa di noi che ognuno nasconde durante il giorno. Quante persone ci conoscono davvero? A quante affideremmo i nostri segreti? Forse a nessuna, se non al deliquio proprio della musica che passa, ora, e sola ci capisce, come certe pagine di libro scritte come fossero per noi. Loro ci conoscono. E ci svelano.
Aldilà di tute le stupidaggini (e sono tante) che ogni giorno (noi per primi) siamo costretti a dire e fare (strategia, promozione, marketing, virale, intervista, scaltrezza, scemenza, preventivi, stampa, colori, singoli, social network, newsletter, abiti, fotografie et cetera et cetera et cetera) vi dico e mi dico: cercate di prendere qualche ora di tempo, se potete. Fate uno scatto dal negozio o rivenditore che più vi ispira. Provate a dedicarla al vostro tempo rubato. E al nostro tempo rubato. A differenza di una volta, ho il massimo rispetto per tutti i nostri colleghi. Nonostante questo paese fondamentalmente deludente in cui viviamo o siamo costretti a vivere, tutti fanno del loro meglio per onorare al massimo la lingua e la musica. L’Italia di oggi, Schifani, Bocchino, i funzionari di stato, i presunti imprenditori e tutta sta gente qui in fondo si merita Antonio Pascale, Virginiana, Tre Allegri Ragazzi Morti, Giuseppe Genna, Davide Longo, Le Luci… e così via? Secondo me no. Gente che fa arte che un domani resterà, figlia di un tempo (e di un paese) che non li ha amati davvero.
Vi faccio un esempio. La fatica e lo spreco, uno dei temi di questo nostro nuovo disco. Leggete qui sotto.
Perturbazione, “Del nostro tempo rubato”
Sono ben 24 le canzoni che compongono il nuovo lavoro dei Perturbazione. Troppe, alla fine. Perché il disco scorre via anche piacevole, ma non ha grandi sussulti. E mi spiace, perché la partenza di “Istruzioni per l’uso” è davvero notevole, ma poi quell’equilibrio e quelle melodie che si aprono (sullo stile de “Il mio scrigno”) non trovano più posto. Un po’ involuto.
Autore di questa cosa è Mario Luzzatto Fegiz. Ne ha scritto tempo fa sul forum del “Corriere”. Tralasciando la mia personale disistima per il giornalista in questione (le fonti sono la base del giornalismo, qui c’è un titolo sbagliato, eppure documentarsi non costa molta “fatica”; del resto l’uomo in radio, quando ci ospitò anni fa, disse che il nuovo disco si chiamava Fortissimo fortissimo…). Chiarisco meglio: nessuno pensi che mi abbia infastidito la stroncatura. Figurarsi. Chi non le accetta non produca nulla, se si sente superiore ai giudizi altrui. Fegiz ci ha sempre sostenuto (ha scritto, per dire, buone cose di recente su Le città viste dal basso) su carta stampata e radio. Non è quello il punto. Un altro, piuttosto: questa “cosa” di cui sopra consta di ben 62 parole. E 369 caratteri. Ripeto: 62 parole. E 369 caratteri. Bastevoli per liquidare, condannare, archiviare, analizzare un disco. Si ha una minima idea della quantità di lavoro che c’è dietro? Di tutta la fatica e la simultaneità di vite all’opera? Quanto tempo e analisi reale ha portato via questo post “dietetico”? Questo, è il problema. Fare arte per questo mondo qui. E a voler essere maligni aggiungo: sarà un caso che l’unica canzone buona del lotto è la prima del nostro disco? Fegiz, sei sicuro di aver ascoltato con attenzione tutto il resto? Sicuro sicuro, per emettere un giudizio così sbrigativo? O hai skippato come fanno (quasi) tutti i colleghi? L’attenzione si è fermata dopo il primo colpo? Sistemato anche questo, via, avanti il prossimo, ci rivediamo fra tre anni per altre 60 parole. E 360 caratteri.
In tutto questo, ripeto, a maggior ragione: provate a dedicarci un po’ del vostro tempo. Ve lo chiedo come atto di fiducia. Come apertura di credito. Nel chiederlo mi sembra di essere Jose Mourinho prima delle finali di Champions, Coppa Italia e campionato. Però un po’ è così: anzi tutto abbiamo bisogno di contarci. E di chiedere alla nostra gente – perdonate l’espressione forte e vendittiana – di supportarci. Oggi comprare un disco, pagare un biglietto per un concerto, è un atto politico. Abbiamo bisogno della vostra forza, sperando che sia ripagata dalle nostre canzoni, in cui ritrovarvi da soli quando il pianeta si inclina è sembra ostile o assieme agli altri, magari sotto un nostro palco, a cantare a squarciagola.
Ci abbiamo messo un mucchio, uhm, di tempo. Di musica. Canzoni. Parole. Soldi. Energie. Rubatelo, il tempo, a quanto avete di superfluo o prezioso: Del nostro tempo rubato non è un disco come gli altri, garantito. Nostri o di altri. Passati o recenti. Ho il massimo rispetto, come detto, per gli altri. Ma è un disco, un’opera mondo, che solo noi potevamo pensare così, oggi. In Italia. Con tutte le sue imperfezioni e i suoi meriti (molti, speriamo). So di deludere Fegiz, scrivendo questo, ed evito le facili ironie. Ma veramente credo nella straordinarietà di questo disco. Lo difenderemo sempre: ma mica solo per quello che ci è costato. Mica solo per il packaging, la durata e cose così. No, proprio per quello che racconta, con le parole e la musica. Ognuno, credo, potrà ritrovarci una fetta di sé.
Qui ci salutiamo, per poi incontrarci sulla strada. Ora tocca a voi. Noi rientriamo in sala prove per i prossimi concerti, dove speriamo di vederci numerosi.
Lasciate perdere tutto quello (nel bene, nel male, come visto) che ne diranno. Pensate al “vostro” tempo rubato. Dentro c’è un botto di roba, un rischio totale, assicurato, ci siamo noi al 100%, al nostro meglio, senza rete. Se si casca, ci si spezza le ossa. E si muore. Ma era un rischio da correre. C’è questo paese, alle otto del mattino e nel riassunto del crepuscolo. Ci sono le nostre vite, forse le vostre, con le paure alle tre di notte, mentre guardi i figli o chi altro ami con le sillabe e la lingua lasciata a metà. Mentre stropicci gli occhi o le lenzuola, mentre mastichi odio e covi l’amore, mentre inscatoli pezzi di persone e camere andate, mentre pensi agli amici e ai lavori che ti mancano o ti opprimono, mentre incroci gli sguardi sul bus, al supermercato o al casello. Molto di quello che (ci) accadrà in futuro dipende da questo tempo rubato.
No, davvero, questa storia è diversa. Cercatela e custoditela con amore e fiducia. Abbiatene cura. Una storia piena di. E questa non è un’affermazione a bugia.

28 luglio 2010 – Torino – Milano solo andata





