
500
Oh, chissà perché facciamo sempre male i conti alla fine. Tomi mi ha appena inviato un file aggiornato: viene fuori che pensavamo di dover ancora effettuare il concerto numero 500. Pensavamo: Milano. O Bologna. Magari Roma. E invece il numero 500 l’abbiamo già tenuto. Prima della grande pausa dovuta alla – tutti in coro – Perturbazione. A Marostica, Vicenza, fine gennaio: tra una gastroenterite incipiente, gli oh di meraviglia per i capelli di una barista stile Esperanza Spalding, qualche bestemmia (diocan!) auscultata in dialetto locale, altri oh di meraviglia per altre bariste assortite (scusa Elena…), vino a gradazione inversamente proporzionale rispetto al clima circostante e stanchezza.
10 anni di In circolo. E 500 concerti. 500 volte in cui – assieme o in formazione rimaneggiata – ci siamo guardati in faccia prima di salire sul palco, ci siamo fatti forza insultando qualche indigeno a caso come si fa in queste occasioni, per inghiottire pillole di paura. Abbiamo pensato di essere i migliori – oh, lo pensiamo sempre, informazione necessaria a chi ci immagina sempre mesti e modesti a pettinare bambole chiedendo scusa di esistere! – e poi siamo saliti sui vari palchi. Non sempre scintillanti. Guardandoci in faccia: più spesso volendoci bene, siamo solo e sempre noi, ma talvolta anche odiandoci, neanche troppo cordialmente.
Però, 500 volte. Che poi vuol dire 500 cene (o presunte tali) assieme, 500 viaggi assieme, 500 (quasi…) bagni assenti da cercare fuori dal camerino, 500 notti assieme, camere separate: aspetti un attimino che controllo la prenotazione, sì, tre doppie e una matrimoniale per Le Perturbazioni.
C’è quel film (martoriato dal doppiaggio, so che è il tipico luogo comune snob italiano, ma mai come questa volta è vero) che si chiama 500 Hundreds Days of Summer. Quello in cui Zooey Deschanel ascolta i Belle & Sebastan e somiglia (specie quando prende l’ascensore, brrrr) alla fidanzata che tutti vorremmo. La cosa particolare di quel film è che il flusso narrativo non è cronologico, bensì “randomico”, gestito dalla memoria dei protagonisti. Ecco, è un po’ così anche per noi stavolta. Ripensiamo ai nostri 500 giorni live (quattro stagioni) assieme. E non nascondiamo la soddisfazione.
Da pervertito di numeri – non a caso tocca a me ragionare sulla ricorrenza – faccio però due conti. In circa 20 anni vuol dire una media di 25 concerti all’anno. Poco più di due al mese. Così poco! Vergogna! E lo chiamate lavoro? Sì, ok, ma poi ci sono le trasferte, le prove in studio, i dischi da scrivere e registrare e tutto il resto. I calciatori giocano più partite delle vostre esibizioni. Ma, ma… non vanno in sala prove. Però si allenano. E noi anche. Mettiamola così, un po’ come per Di Vaio, centravanti del Bologna a scoppio ritardato: per molti anni, prima degli ultimi dieci, siamo andati a letto presto: sperando d’intensificare l’attività. Ci siamo riposati e preparati all’accelerazione improvvisa che quest’ultimo decennio avrebbe subito. Risposta accettabile?
P.S.: Sarebbe un discoro lungo, c’entra con la celeberrima regola delle 10000 ore, “l’effetto Matteo”, il mese di nascita e via dicendo. Mi scuso a priori per la sintesi, ma se v’interessa saperne di più leggete il saggio in questione, Fuoriclasse: storia naturale del successo (Mondadori) di Malcolm Gladwell, per me il più grande genio (lo riscrivo, genio) contemporaneo.
Per giustificare il successo iniziale dei Beatles, Gladwell ricorda nel suo libro che ad Amburgo i quattro si esibirono per 270 volte in un anno e mezzo. Arrivando al 1964, anno dei primi trionfi, con un bagaglio di 1200 concerti tenuti. Scrive Gladwell: “Oggi la maggioranza dei gruppi non arriva a esibirsi per 1200 volte in tutta la carriera”. Ora come minimo abbiamo una soglia da raggiungere, coraggio.
P.S. 2: We Love You! Pianissimo e Fortissimo. E grazie soprattutto per chi ci ha supportato almeno una di queste 500 volte. Ci vediamo in uno o più dei prossimi 5 concerti rimanenti per il decennale di In circolo.
Oh, chissà perché facciamo sempre male i conti alla fine. Tomi mi ha appena inviato un file aggiornato: viene fuori che pensavamo di dover ancora effettuare il concerto numero 500. Pensavamo: Milano. O Bologna. Magari Roma. E invece il numero 500 l’abbiamo già tenuto. Prima della grande pausa dovuta alla – tutti in coro – Perturbazione. A Marostica, Vicenza, fine gennaio: tra una gastroenterite incipiente, gli oh di meraviglia per i capelli di una barista stile Esperanza Spalding, qualche bestemmia (diocan!) auscultata in dialetto locale, altri oh di meraviglia per altre bariste assortite (scusa Elena…), vino a gradazione inversamente proporzionale rispetto al clima circostante e stanchezza.
10 anni di In circolo. E 500 concerti. 500 volte in cui – assieme o in formazione rimaneggiata – ci siamo guardati in faccia prima di salire sul palco, ci siamo fatti forza insultando qualche indigeno a caso come si fa in queste occasioni, per inghiottire pillole di paura. Abbiamo pensato di essere i migliori – oh, lo pensiamo sempre, informazione necessaria a chi ci immagina sempre mesti e modesti a pettinare bambole chiedendo scusa di esistere! – e poi siamo saliti sui vari palchi. Non sempre scintillanti. Guardandoci in faccia: più spesso volendoci bene, siamo solo e sempre noi, ma talvolta anche odiandoci, neanche troppo cordialmente.
Però, 500 volte. Che poi vuol dire 500 cene (o presunte tali) assieme, 500 viaggi assieme, 500 (quasi…) bagni assenti da cercare fuori dal camerino, 500 notti assieme, camere separate: aspetti un attimino che controllo la prenotazione, sì, tre doppie e una matrimoniale per Le Perturbazioni.
C’è quel film (martoriato dal doppiaggio, so che è il tipico luogo comune snob italiano, ma mai come questa volta è vero) che si chiama 500 Hundreds Days of Summer. Quello in cui Zooey Deschanel ascolta i Belle & Sebastan e somiglia (specie quando prende l’ascensore, brrrr) alla fidanzata che tutti vorremmo. La cosa particolare di quel film è che il flusso narrativo non è cronologico, bensì “randomico”, gestito dalla memoria dei protagonisti. Ecco, è un po’ così anche per noi stavolta. Ripensiamo ai nostri 500 giorni live (quattro stagioni) assieme. E non nascondiamo la soddisfazione.
Da pervertito di numeri – non a caso tocca a me ragionare sulla ricorrenza – faccio però due conti. In circa 20 anni vuol dire una media di 25 concerti all’anno. Poco più di due al mese. Così poco! Vergogna! E lo chiamate lavoro? Sì, ok, ma poi ci sono le trasferte, le prove in studio, i dischi da scrivere e registrare e tutto il resto. I calciatori giocano più partite delle vostre esibizioni. Ma, ma… non vanno in sala prove. Però si allenano. E noi anche. Mettiamola così, un po’ come per Di Vaio, centravanti del Bologna a scoppio ritardato: per molti anni, prima degli ultimi dieci, siamo andati a letto presto: sperando d’intensificare l’attività. Ci siamo riposati e preparati all’accelerazione improvvisa che quest’ultimo decennio avrebbe subito. Risposta accettabile?
P.S.: Sarebbe un discoro lungo, c’entra con la celeberrima regola delle 10000 ore, “l’effetto Matteo”, il mese di nascita e via dicendo. Mi scuso a priori per la sintesi, ma se v’interessa saperne di più leggete il saggio in questione, Fuoriclasse: storia naturale del successo (Mondadori) di Malcolm Gladwell, per me il più grande genio (lo riscrivo, genio) contemporaneo.
Per giustificare il successo iniziale dei Beatles, Gladwell ricorda nel suo libro che ad Amburgo i quattro si esibirono per 270 volte in un anno e mezzo. Arrivando al 1964, anno dei primi trionfi, con un bagaglio di 1200 concerti tenuti. Scrive Gladwell: “Oggi la maggioranza dei gruppi non arriva a esibirsi per 1200 volte in tutta la carriera”. Ora come minimo abbiamo una soglia da raggiungere, coraggio.
P.S. 2: We Love You! Pianissimo e Fortissimo. E grazie soprattutto per chi ci ha supportato almeno una di queste 500 volte. Ci vediamo in uno o più dei prossimi 5 concerti rimanenti per il decennale di In circolo.
Rivoli (TO)
14 febbraio 2012